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Contratto a termine non utilizzabile per esigenze stabili e durevoli

Contratti a termine a rischio di contenzioso seriale, secondo l’interpretazione proposta dalla
recente (e discutibile) sentenza 794/2019 del Tribunale di Firenze sui motivi di ricorso al lavoro
a tempo determinato.
La controversia è stata promossa da un lavoratore assunto a tempo determinato, sulla base di
due contratti prorogati più volte. Nessuno di questi contratti (e nemmeno le relative proroghe)
conteneva l’indicazione delle causali di ricorso al lavoro temporaneo, in quanto la legge
applicabile al momento della loro stipulazione (il Dlgs 368/2001, nella versione modificata nel
2014 dal “decreto Poletti”, e poi il Dlgs 81/2015, attuativo del Jobs act) non richiedeva questa
indicazione, affidando il controllo del lavoro flessile solo ai limiti quantitativi e di durata.
Nonostante la perfetta aderenza di questi contratti alle norme legali vigenti, la sentenza ne ha
dichiarato la nullità in quanto sarebbero stati «stipulati per soddisfare esigenze stabili e
durevoli». Il giudice arriva a questa conclusione partendo dalla considerazione che il contratto a
termine deve essere considerato una forma eccezionale di lavoro, rispetto a quella comune
costituita dal lavoro a tempo indeterminato; questa eccezionalità consentirebbe di ammettere
l’utilizzo del lavoro a termine esclusivamente per soddisfare esigenze transitorie che, in quanto
tali, non potrebbero essere assorbite mediante contratti di durata indeterminata. Tale chiave di
lettura, prosegue la sentenza, scaturisce dai principi derivanti dal diritto comunitario, e in
particolare da quanto stabilito dall’accordo quadro sul lavoro a tempo determinato del 1999
(attuato poi con la direttiva sul lavoro a termine 1999/70/Ce).
Si tratta, tuttavia, di una lettura forzata e parziale della normativa comunitaria, che sicuramente
mira a contrastare l’utilizzo indiscriminato del lavoro a termine, ma lascia libertà agli Stati di
scegliere quale misura di contrasto agli abusi debba essere adottata (tanto che la normativa
italiana è stata più volte giudicata lecita dalla Corte di giustizia europea).
Il tribunale di Firenze trascura questo aspetto, ritenendo possibile censurare la validità di
qualsiasi contratto a termine sulla base di un principio non previsto da nessuna norma di legge:
sarebbe vietata la sottoscrizione di uno o più contratti a tempo determinato per soddisfare
esigenze stabili e durevoli. La violazione di tale divieto comporterebbe la nullità della clausola
del termine (in base all’articolo 1418 del Codice civile) e la conversione del rapporto a tempo
indeterminato (oltre al diritto al risarcimento del danno).
Applicando su larga scala tale ragionamento, tutti i contratti a termine acausali (anche quelli
siglati dopo il decreto dignità) potrebbero essere contestati e annullati dal giudice, sulla base di una valutazione del tutto discrezionale, non prevista e regolamentata da nessuna norma di
legge.
Tale rischio, tuttavia, al momento è solo teorico, in quanto la sentenza vale solo per il caso
concreto e non esistono altri precedenti significativi.

di Giampiero Falasca (da Il Quotidiano del Lavoro, 16 Ottobre 2019)

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Doppia dilazione per il cumulo dei debiti con l’Inps

La dilazione dei debiti è attivabile anche per i contributi previdenziali, seguendo le regole
disposte dall’Inps.
È possibile rateizzare tutti i debiti per omissione o evasione, compresi quelli per ritenute
previdenziali e assistenziali a carico dei lavoratori ma non possono essere inclusi debiti che si
sono determinati nel corso di una precedente dilazione. Inoltre, alla presentazione della
domanda, non devono risultare formati avvisi di addebito con riferimento alle poste da
rateizzare, né deve essere stato attivato il recupero tramite gli agenti della riscossione o gli uffici
legali dell’Inps.
La rateazione comporta l’applicazione degli interessi di dilazione al tasso vigente alla data di
presentazione della domanda.
La dilazione dei debiti contributivi in fase amministrativa può essere concessa dall’Inps fino a
un massimo di 24 rate, mentre l’eventuale prolungamento della rateazione fino a 36 rate va
indirizzato all’Inps ma occorre l’autorizzazione dal ministero del Lavoro. Quest’ultima casistica
è ricorribile qualora il mancato o ritardato pagamento di contributi e sanzioni sia collegato a
situazioni particolari.
Le modalità della richiesta
La domanda di dilazione si presenta telematicamente all’Inps attraverso il servizio dedicato e, in
caso di debiti relativi a gestioni diverse da quella oggetto della domanda, va allegato anche il
modello SC18. L’istanza deve comprendere i debiti che risultano denunciati dal contribuente o
accertati alla data di presentazione dell’istanza e che riguardano tutte le gestioni amministrate
dall’Inps, per i quali non sia stato effettuato il versamento con le modalità e nei termini previsti
per ciascuna delle gestioni considerate. In caso contrario, la domanda viene respinta ma il
contribuente può comunque proporre una nuova istanza, completa di tutta l’esposizione
debitoria ripartita per ciascuna gestione.
Se, invece, scatta l’accoglimento, la sede Inps emette il piano di ammortamento che si considera
accettato con il pagamento – entro la data comunicata – della prima rata: oltre al regolare
versamento delle rate concesse, è richiesta la correntezza nell’adempimento della contribuzione
mensile o periodica, dalla data di presentazione dell’istanza.
La rateazione breve
In caso di difficoltà nel versare i contributi correnti, il requisito della correntezza può essere
mantenuto accedendo alla cosiddetta rateazione breve (circolare Inps 108/2013 ) per un periodo
di tre mesi da parte dei datori di lavoro e dei committenti e per un trimestre-rata per i lavoratori
autonomi; la durata non può superare sei rate. In queste ipotesi, va rimarcata l’importanza del
regolare versamento sia delle rate accordate con la rateazione principale sia di quelle riferite alla
rateazione breve. Diversamente, entrambe vengono revocate e il credito residuo è inserito in
avviso di addebito e consegnato all’agente della riscossione per il recupero.

(da Quotidiano del Lavoro, 9 Settembre 2019)

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Domande solo online per le rateazioni Inail

Si chiede solo online la rateazione dei debiti Inail non iscritti a ruolo: è una delle principali
novità della nuova disciplina dei versamenti a rate stabilita con la determina 227 del presidente Inail del 23 luglio scorso, per la quale la circolare 22/2019 dell’Istituto, il 29 luglio, ha fornito le istruzioni operative.
L’uso del canale telematico, attraverso il portale dell’Istituto, è obbligatorio. Inoltre, il
pagamento della prima rata adesso è dovuto entro cinque giorni dall’accoglimento dell’istanza e
non più insieme al deposito della stessa, come avveniva in passato.
È opportuno dunque illustrare presupposti e passaggi che i datori di lavoro e gli intermediari
devono osservare per gestire queste pratiche.
I debiti rateizzabili
L’intervento riguarda i debiti per premi e accessori, dovuti a titolo di omissione o di evasione,
purché non iscritti a ruolo: infatti, in quest’ultima ipotesi, l’istanza di dilazione va presentata
all’Agente della riscossione.
Un aspetto interessante è che la rateazione può essere richiesta anche per i debiti contributivi
per i quali il datore di lavoro ha comunicato la facoltà di effettuare il pagamento in quattro rate
(in sede di autoliquidazione dei premi), in base all’articolo 44, comma 3 del Dpr 1124/1965 e della
legge 144/1999.
Possono essere oggetto della dilazione sia i debiti contributivi scaduti, sia quelli contributivi
correnti per i quali non è ancora decorso il termine di pagamento: per questa fattispecie la
domanda va presentata prima dell’ultimo giorno utile per il pagamento.
Le condizioni di accesso
Per ottenere la rateazione, l’azienda deve rispettare una serie di condizioni:
intanto, non deve essere presente più di una rateazione in corso concessa in base alla legge
389/1989;
non deve essere stato emesso nei confronti del debitore un provvedimento di revoca della
rateazione nel biennio precedente a quello di presentazione dell’istanza;
l’importo della singola rata comprensiva di interessi non può essere inferiore a 150 euro;
il debitore deve dichiarare di trovarsi in temporanea situazione di obiettiva difficoltà economica
e riconoscere in modo esplicito e incondizionato il debito per premi e eventuali accessori di cui
chiede la dilazione;
l’istante deve rinunciare a tutte le eccezioni che possono influire sull’esistenza e azionabilità del
credito dell’Inail, nonché agli eventuali giudizi di opposizione proposti in sede civile.
L’Inail può concedere rateazioni fino a un massimo di 24 rate mensili. Diverse modalità vanno
osservate per dilazioni più lunghe o a seconda degli importi dovuti.
L’iter delle domande
Passando agli aspetti più operativi, la domanda si effettua attraverso il servizio telematico
«Istanza di rateazione» disponibile sul sito internet dell’Istituto (www.inail.it)e può essere
presentata anche tramite un intermediario abilitato.
È comunque opportuno che il debitore – prima di presentare l’istanza – abbia conoscenza della
sua posizione contributiva complessiva, oltre alla sostenibilità dell’impegno finanziario che si
sta assumendo: proprio per questa finalità, l’Inail ha previsto un applicativo di simulazione del
piano di ammortamento (a uso delle sedi), così da poter fornire agli interessati –in fase
preliminare – tutte le informazioni necessarie sulla possibile rateazione dei debiti scaduti e
correnti.
L’istanza deve contenere l’importo da dilazionare e il numero delle rate mensili con cui si
intende pagare il debito: va precisato, inoltre, se l’ammontare si riferisce a debiti scaduti o
correnti.
Sarà poi la sede territorialmente competente (in base alla sede legale del «codice ditta» di cui è
titolare il debitore) a emettere il piano di ammortamento correlato all’importo dei debiti e alle
rate indicate nell’istanza.
La perdita del beneficio
Nella circolare 22/2019, l’Inail ha anche fornito istruzioni precise sull’annullamento del piano di
ammortamento. In particolare, se l’azienda omette o versa solo in parte la prima rata, scatta
l’annullamento della rateazione concessa e del piano di ammortamento: l’annullamento viene
così comunicato al debitore insieme con la richiesta di pagamento integrale dei debiti.
A quel punto, i debiti che avevano formato oggetto del piano non potranno più entrare in una
nuova istanza di rateazione e saranno iscritti a ruolo dalla sede Inail competente per territorio.

di Ornella Lacqua e Alessandro Rota Porta (da Quotidiano del Lavoro, 9 Settembre 2019)

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Auto aziendali: adempimenti specifici per l’uso promiscuo al dipendente

In tema di auto aziendali, la fattispecie che richiede maggiore attenzione (proprio in quanto,
come vedremo, riconosce ampi benefici fiscali) è quella per cui l’azienda acquista
un’autovettura che assegna ad un dipendente affinché questo la utilizzi tanto ai fini aziendali
quanto ai fini personali: tale ipotesi, definita come “uso promiscuo” viene espressamente
disciplinata dal comma 1, lettera b-bis), dell’articolo 164 Tuir.
Malgrado la norma non lo affermi specificamente, onde evitare che l’Amministrazione
Finanziaria possa pensare ad una soluzione adottata per “superare” le importanti limitazioni
imposte dal legislatore negli ordinari casi di utilizzo aziendale (attualmente è prevista la
deducibilità dei costi di acquisto e di impiego del veicolo nella misura del 20%), è opportuno
che detta fattispecie venga applicata nelle situazioni in cui il dipendente per le esigenze
lavorative ha effettivamente la necessità di utilizzare una vettura (altrimenti l’uso promiscuo
risulterebbe del tutto snaturato in relazione alle effettive finalità di tale previsione).
In fin dei conti, che senso ha attribuire al dipendente una vettura se poi con tale vettura
vengono magari percorsi solo 5.000 o 10.000 chilometri annui?
E magari il dipendente mai (o quasi mai) si sposta dalla sede per motivi di lavoro?
Si tratterebbe di una soluzione antieconomica e, in quanto tale, oggetto di probabile
contestazione nel caso di verifica (poiché il dipendente usa così poco l’autovettura, in fin dei
conti ciò significa che non vi è alcuna necessità che egli l’abbia a disposizione in via
continuativa).
Sotto tale profilo, ad una eventuale contestazione, si potranno certamente contrapporre
argomentazioni difensive che, però, paiono da subito di modesto spessore.
I costi dei veicoli dati in uso promiscuo ai dipendenti, fin dal 2013, risultano deducibili nel
limite del 70% (tale misura è stata introdotta dalla L. 92/2012 in quanto, fino al 2012, la
deducibilità era addirittura ammessa nel limite del 90%).
Al riguardo ci si era chiesti se tale misura dovesse essere computata sui costi auto aziendali:
* al netto del benefit imputato al dipendente (esempio, se i costi auto sono pari ad € 10.000 ed il benefit è 2.000, i costi deducibili sarebbero pari ad € 7.600, ossia 2.000 a
cui aggiungere il 70% di 8.000);
* al lordo del benefit imputato (considerando l’esempio appena proposto, la deduzione si
applicherebbe all’intero ammontare dei costi relativi all’auto data in uso promiscuo,
70% di € 10.000, quindi la percentuale deducibile sarebbe 7.000).
L’Agenzia delle Entrate, nel paragrafo 5.1 della circolare 47/E/2008 ha accolto questa seconda
tesi, evidentemente meno conveniente per il contribuente.
Elemento ulteriore che distingue tale fattispecie (e che la rende enormemente più conveniente
rispetto al generale utilizzo aziendale) è l’assenza di un tetto massimo di deducibilità riferito
al valore del veicolo.
Per comprenderne meglio la portata pensiamo ad un esempio estremo, considerando
un’azienda che acquista un’autovettura sostenendo un costo di € 100.000 (tralasciamo
volutamente, in tale confronto, l’effetto Iva indetraibile):
* se essa fosse qualificata come “ordinario” mezzo aziendale l’ammontare
complessivamente deducibile sarebbe di € 3.615,20 (€ 18.075,99 x 20%),
* se la vettura fosse attribuita in uso promiscuo al dipendente, l’importo che potrebbe
complessivamente essere computato in deduzione dal reddito sarebbe di € 70.000 (il
70% di € 100.000).
La soluzione dell’auto concessa in uso promiscuo al dipendente, oltre ai benefici riconosciuti al
soggetto concedente in termini di deduzione, determina tuttavia effetti reddituali in capo al
dipendente beneficiario.
A fronte della concessione per l’utilizzo della vettura, infatti, in capo al dipendente si genera
un fringe benefit relativo all’utilizzo personale, che viene determinato in maniera forfettaria ai sensi dell’articolo 51 Tuir.
L’azienda ha tuttavia la possibilità di riaddebitare al dipendente parte del costo sostenuto per l’utilizzo del veicolo (in base agli accordi intervenuti tra l’azienda e il dipendente stesso) con
la conseguenza che il costo riaddebitato va a ridurre o azzerare il compenso in natura (fringe
benefit) connesso a tale utilizzo personale.
L’utilizzo da parte del dipendente, inoltre, deve essere dimostrato attraverso idonea
documentazione: sul punto l’Amministrazione Finanziaria, con la circolare 48/E/1998, ha
ritenuto necessario procedere alla integrazione del contratto di lavoro attraverso una clausola apposita (è quindi a tal fine necessario che l’azienda si confronti con il proprio consulente del lavoro per gestire correttamente la fattispecie, anche sotto il profilo degli aspetti formali).
L’applicazione di tale fattispecie, infine, è subordinata al requisito dell’utilizzo del dipendente
per la maggior parte del periodo d’imposta: è quindi necessario stabilire un periodo minimo di utilizzo del dipendente, al fine di evitare concessioni fittizie di ridotta durata (quindi con un piccolo benefit tassato) al solo fine di fruire della importante deduzione al 70% dei costi della vettura.

 di L. Cramaschi (da Euroconference News, 3 Ottobre 2019)

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La dilazione di pagamento infragruppo rientra nel transfer price

Come noto, la corretta determinazione dei prezzi di trasferimento prevista nello scambio di beni e servizi infragruppo, è un argomento di fondamentale importanza che interessa tutti i contribuenti ad ampio respiro internazionale, i quali investono nel mercato estero tramite imprese controllate o mediante la costituzione di una stabile organizzazione.
In estrema sintesi, il valore di acquisto o di cessione praticato nelle transazioni economiche e commerciali intercompany non può essere determinato sulla base di logiche commerciali del gruppo multinazionale o, ancora, in funzione di politiche di pianificazione fiscale aggressiva, ma deve rispondere al c.d. “principio di libera concorrenza” recentemente stabilito dall’Ocse a livello internazionale.
Il citato principio, specificatamente previsto dall’articolo 9, paragrafo 1, del modello Ocse di convenzione, stabilisce che il prezzo stabilito nelle transazioni commerciali intercorse tra
imprese associate deve corrispondere al prezzo che sarebbe stato convenuto tra imprese
indipendenti per transazioni identiche o similari sul libero mercato.

Sul punto, l’ordinamento tributario italiano contempla precise regole: infatti, sulla base delle disposizioni contenute nell’articolo 110, comma 7, Tuir “I componenti del reddito derivanti da
operazioni con società non residenti nel territorio dello Stato, che direttamente o indirettamente controllano l’impresa, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa, sono determinati con riferimento alle condizioni e ai prezzi che sarebbero stati pattuiti tra soggetti indipendenti operanti in condizioni di libera concorrenza e in circostanze comparabili, se ne deriva un aumento del reddito. La medesima disposizione si applica anche se ne deriva una diminuzione del reddito, secondo le modalità e alle condizioni di cui all’articolo 31-quater del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600”.

In ambito internazionale, le regole logico-giuridiche previste per la determinazione dei prezzi di trasferimento sono contenute nelle linee guida sui prezzi di trasferimento infragruppo, aggiornate nel mese di luglio 2017.
A livello domestico, per recepire concretamente i contenuti delle raccomandazioni
internazionali, in data 14 maggio 2018, il Mef ha approvato un apposito decreto, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 118 del 23 maggio 2018, che prevede concrete indicazioni per l’applicazione del citato principio di libera concorrenza.

Anche la prassi operativa (Cfr. Manuale in materia di contrasto all’evasione e alle frodi fiscali,circolare n. 1/2018 del Comando Generale della Guardia di Finanza volume III – parte V –
capitolo 11 “Il contrasto all’evasione e alle frodi fiscali di rilievo internazionale”) si occupa del
transfer pricing, espressione mediante la quale si identifica la pratica, adottata all’interno di un
gruppo di imprese, attraverso la quale si realizza un trasferimento di quote di reddito tra
consociate, mediante l’effettuazione di cessioni di beni o prestazioni di servizi ad un valore diverso da quello che sarebbe stato pattuito tra entità indipendenti.

Il citato documento di prassi chiarisce che, con la recente introduzione nel Tuir del principio di
libera concorrenza, rispetto al precedente approccio basato sul “valore normale di mercato”, affermando espressamente i principi raccomandati dall’Ocse, il Legislatore oggi ammette la possibilità di considerare più che i valori “di listino” (a cui fa riferimento l’articolo 9 Tuir), le specifiche condizioni economiche delle operazioni (ad esempio, i termini e le modalità di pagamento, la previsione di interessi di mora, gli oneri logistici, il rischio dei resi o dell’invenduto).

Sempre in ambito di transfer price, con specifico riferimento agli elementi positivi di reddito
previsti per l’eventuale dilazione di pagamento accordata nei confronti di un’impresa
appartenente allo stesso gruppo multinazionale, interessanti spunti interpretativi sono
rinvenibili nella sentenza n. 2320/12/2018 della CTR Emilia Romagna, depositata in data 2
ottobre 2018.
In particolare, come rilevato dal giudice di merito, la dilazione di pagamento infragruppo
realizza un’operazione finanziaria (rectius un vero e proprio finanziamento), con conseguente maturazione di interessi attivi.
Il caso riguardava una cessione di beni da parte di un’impresa italiana nei confronti di una
consociata estera con il pagamento dilazionato a 360 giorni senza, tuttavia, prevedere l’applicazione di proventi finanziari.
Il giudice del gravame, confermando la decisione assunta in primo grado, accoglieva la tesi
dell’Amministrazione finanziaria che aveva constatato, su base presuntiva, la maggiore base
imponibile soggetta a tassazione.
In particolare, oggetto della verifica operata da parte dell’Agenzia delle entrate erano stati
anche i termini di pagamento delle fatture di vendita emesse dall’impresa italiana nei
confronti di una società estera soggetta al controllo indiretto da parte della società verificata.
Nel corso di una verifica fiscale era emersa l’applicazione di termini di pagamento superiori
rispetto a quelli praticati nei confronti di clienti terzi indipendenti operanti nel medesimo mercato di riferimento (USA) in quanto, come detto, veniva concesso un termine di pagamento di 360 giorni.
A parere del giudice tributario, appariva evidente come il termine indicatolasci intendere che
si realizzi indirettamente un’operazione finanziaria volta a consentire alla società estera di godere di beni per la immediata rivendita senza essere tenuta al loro pagamento secondo i termini d’uso commerciale”.
In definitiva, sulla base delle disposizioni sancite dall’articolo 110, comma 7, Tuir la società
mutuante italiana avrebbe dovuto considerare, quale elemento positivo del reddito d’impresa, gli interessi attivi maturati calcolati nella misura del tasso di interesse del 4,635% (pari all’Euribor 1 m/365 anno 2007, a cui andava aggiunto lo spread dello 0,5%).

di  Marco Bargagli (da Euroconference News, 19 Settembre 2019)

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Crisi d’impresa, il fondato indizio fa scattare l’allarme dell’organo di controllo

L’analisi per indici è una tematica divenuta sempre più rilevante in conseguenza dell’approvazione definitiva del Dlgs 14/2019, Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, di seguito «Codice», che sancisce per i sindaci e revisori il monitoraggio di appositi indicatori per l’emersione dello stato di crisi e l’attivazione di procedure di allerta e di composizione assistita della crisi, misure queste, premiali in termini di responsabilità per gli amministratori e per gli organi di controllo delle società.

Costituiscono indicatori di crisi gli squilibri di carattere reddituale, patrimoniale o finanziario, rapportati alle specifiche caratteristiche dell’impresa e dell’attività imprenditoriale svolta dal debitore, tenuto conto della data di costituzione e di inizio dell’attività, rilevabili attraverso appositi indici che diano evidenza della sostenibilità dei debiti per almeno i sei mesi successivi e delle prospettive di continuità aziendale per l’esercizio in corso o, quando la durata residua dell’esercizio al momento della valutazione è inferiore a sei mesi, per i sei mesi successivi.

Con riferimento alla continuità aziendale viene riformulato l’articolo 2086 del Codice civile obbligando l’imprenditore, diverso dall’imprenditore individuale, a istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi dell’impresa e della perdita della continuità aziendale, nonché di attivarsi senza indugio per l’adozione e l’attuazione di uno degli strumenti previsti dall’ordinamento per il superamento della crisi e il recupero della continuità aziendale.

Con riguardo agli indici l’articolo 13 del «Codice» ritiene indicatori significativi di crisi la sostenibilità dei debiti con i flussi di cassa previsti nei 6 mesi successivi, l’adeguatezza dei mezzi propri rispetto a quelli di terzi, nonché la presenza di ritardi nei pagamenti reiterati e significativi. Ne consegue dunque l’evoluzione del ruolo degli organi di controllo verso un approccio non più solo economico e a consuntivo, ma anche orientato alla salvaguardia dei flussi di cassa e previsionale.

La norma assegna al Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili il ruolo di elaborazione con cadenza almeno triennale di detti indici, approvati con decreto del ministero dello Sviluppo Economico i quali, valutati unitariamente, fanno ragionevolmente presumere la sussistenza di uno stato di crisi dell’impresa.

In caso di fondati indizi di crisi (deterioramento degli indici), l’organo di controllo (sindaci e revisori) deve immediatamente informare il cda (il quale deve rispondere entro 30 giorni) per l’adozione delle iniziative conseguenti. In presenza di inerzia ovvero di misure ritenute insufficienti (nei successivi 60 giorni) l’organo di controllo informa l’Ocri (Organismo di composizione della crisi d’impresa) costituito presso ciascuna camera di commercio. La segnalazione tempestiva a detto Organismo costituisce per l’organo di controllo causa di esonero dalla responsabilità solidale per le conseguenze pregiudizievoli delle omissioni o azioni poste in essere dall’organo amministrativo successivamente alla segnalazione.

Gli strumenti di allerta descritti si applicano ai debitori che svolgono attività imprenditoriale, con esclusione delle grandi imprese, di gruppi di imprese di rilevante dimensione e società con azioni quotate in mercati regolamentati o diffuse fra il pubblico in misura rilevante, delle imprese che leggi speciali assoggettano in via esclusiva alla liquidazione coatta amministrativa, quali le banche, le imprese che esercitano attività di intermediazione finanziaria e le imprese assicuratrici, già soggette a specifici regimi di vigilanza.

Il decreto entra in vigore decorsi diciotto mesi dalla data della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (14 febbraio 2019), ossia il 15 agosto 2020 salvo le norme sugli assetti organizzativi societari nonché quelle su responsabilità degli amministratori e nomina degli organi di controllo nelle Srl già vigenti dal 16 marzo 2019 (trentesimo giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del decreto).

In relazione a quest’ultimo punto l’obbligo di nomina dei collegi sindacali nelle Srl scatterà allorché per due esercizi consecutivi venga superato almeno uno dei seguenti limiti:
1.totale dell’attivo dello stato patrimoniale: 4 milioni di euro;
2.ricavi delle vendite e delle prestazioni: 4 milioni di euro;
3.dipendenti occupati in media durante l’esercizio: 20 unità.

di D. Rossetti  (da Quotidiano del Fisco, 24 Settembre 2019)

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Contratti a termine, applicabile l’aumento dello 0,5%

Dopo oltre un anno dall’entrata in vigore della norma, l’Inps ha diffuso la circolare 121/2019 con
cui spiega ai datori di lavoro come applicare e versare, arretrati inclusi, l’aumento dello 0,5% del
contributo addizionale Naspi, introdotto dal Dl 87/2018 (decreto dignità). Si tratta di un
incremento della percentuale di contribuzione (1,40%), dovuta per i contratti a tempo
determinato (Ctd) dovuta per ogni rinnovo del contratto, anche in regime di somministrazione.
Nella circolare l’Inps ricorda che – al di là delle varie decorrenze che hanno caratterizzato la
convulsa entrata in vigore del decreto dignità – l’aumento dello 0,50% è dovuto, ricorrendone i
presupposti, per i rinnovi dei Ctd, anche in somministrazione, intervenuti dal 14 luglio 2018
(data di entrata in vigore del decreto legge). Così come specificato dal ministero del Lavoro nella
circolare 17/2018, i datori di lavoro dovranno versare la maggiorazione ogni volta che rinnovano
un Ctd.
Questa elevazione della percentuale contributiva si va ad aggiungere a quella già esistente
(1,4%). Si tratta, come ribadito dall’Inps, di un aumento incrementale, vale a dire che la
maggiorazione si applica a tutti i rinnovi sommandosi ai precedenti (1° rinnovo: 1,4%+0,5% – 2°
rinnovo: 1,4%+1% – 3° rinnovo: 1,4% +1,5% eccetera).
È appena il caso di ricordare che, in genere, il rinnovo di un Ctd ricorre quando, raggiunta la
scadenza del contratto, le parti ne sottoscrivono un altro, sempre a termine. Diverso è il caso
della proroga, vale a dire il semplice differimento della scadenza prevista, fattispecie per cui la
maggiorazione del contributo addizionale non si applica.
Sul punto, i tecnici dell’Inps, supportati da un parere del ministero, precisano che se viene
modificata la causale originariamente apposta al contratto a termine, si configura un rinnovo e
non una proroga anche se l’ulteriore contratto segue il precedente senza soluzione di continuità.
In tale ipotesi l’aumento dello 0,5% è dovuto. Se, invece, le parti hanno stipulato un primo
contratto senza indicare la causale (in quanto inferiore a 12 mesi) e successivamente ne hanno
prolungato la durata oltre i 12 mesi, indicando per la prima volta la causale, viene a configurarsi
una proroga e non un rinnovo, con esclusione dell’incremento del contributo addizionale. Le aziende dovranno procedere al versamento del contributo corrente e degli arretrati dal
periodo di competenza settembre 2019, effettuando gli adeguamenti del flusso uniemens, così
come indicati nella circolare 121/2019.

di Antonino Cannioto e Giuseppe Maccarone (da Quotidiano del Lavoro, 9 Settembre 2019)

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Le attività di revisione delle operazioni con “parti correlate” – II° parte

Proseguendo la trattazione dell’argomento avviata nel precedente contributo, è ora opportuno rilevare che il revisore dovrà anche svolgere apposite indagini finalizzate all’acquisizione della conoscenza:

  • dell’identità delle parti correlate, inclusi i cambiamenti rispetto al periodo amministrativo precedente (il revisore può anche acquisire tali informazioni già in sede di accettazione o mantenimento dell’incarico);
  • della natura dei rapporti intercorsi tra l’impresa assoggettata a revisione e le parti correlate;
  • della tipologia e della finalità delle operazioni;
  • dei controlli (ove presenti) che la direzione ha istituito per:
  1. identificarecontabilizzare e rappresentare in bilancio i rapporti con parti correlate;
  2. autorizzare e approvare operazioni e accordi significativi con parti correlate;
  3. autorizzare e approvare operazioni e accordi significativi che esulano dal normale svolgimento dell’attività

Con particolare riferimento a tale ultima casistica (operazioni con parti correlate che esulano dal normalesvolgimento dell’attività aziendale) è utile osservare come il principio di revisione internazionale (Isa Italia) n. 550 preveda che, in tali casi, il revisore debba acquisire elementi probativi in merito al fatto se tali operazioni siano state appropriatamente autorizzate e approvate, nonché ispezionare i contratti o gli accordi sottostanti e “valutare se:

  • la logica economica sottostante a tali operazioni (o la sua assenza) indica che le operazioni sono state prese in essere per realizzare una falsa informativa finanziaria o per occultare appropriazioni illecite di attività dell’impresa (ai fini della valutazione di tale “logica economica”, si vedano anche le indicazioni del paragrafo A38 del suddetto principio di revisione);
  • termini delle operazioni sono coerenti con le spiegazioni fornite dalla direzione;
  • le operazioni sono state appropriatamente contabilizzate e presentate in bilancio in conformità al quadro normativo sull’informazione finanziaria applicabile” (cfr. par. 23).

Potrebbe poi accadere che il revisore individui delle operazioni con parti correlate che la direzione non ha identificato o non ha portato a conoscenza del revisore.

In tali casi il suddetto principio di revisione (cfr. par. 22) stabilisce che il revisore, sia quando le operazioni con parti correlate siano significative che quando non lo siano, debba:

  • comunicare prontamente le relative informazioni agli altri membri del team di revisione;
  • richiedere alla direzione di identificare tutte le operazioni con tali parti correlate già identificate dal revisore ai fini di una sua ulteriore valutazione;
  • indagare sul motivo per cui i controlli dell’impresa non hanno individuato o evidenziato i rapporti con tali parti correlate;
  • svolgere appropriate procedure di validità con riferimento a tali parti correlate (quali, ad esempio, quelle suggerite dal suddetto principio di revisione al paragrafo A36, tra cui: indagini sulla natura dei rapporti con tali parti correlate, anche presso terzi che si presume possano avere informazioni a tal riguardo quali consulentiagentirappresentantipartner d’affari, ecc.; analisi delle registrazioni contabili; verifica dei termini e delle condizioni delle operazioni e valutazione della loro appropriata contabilizzazione e rappresentazione in bilancio);
  • riconsiderare il rischio che possano esistere altre parti correlate che la direzione non ha precedentemente identificato o portato a conoscenza del revisore e svolgere ulteriori procedure di revisione, secondo quanto ritenuto necessario dal revisore;
  • se la mancata evidenziazione di tali operazioni da parte della direzione appare intenzionale (e quindi indicativa di un rischio di errori significativi dovuti a frode), valutarne le implicazioni sulla revisione contabile (in tali casi si devono applicare le regole e le linee guida stabilite dal principio di revisione internazionale Isa Italia n. 240 sulla responsabilità del revisore relativamente alle frodi).

Il principio di revisione internazionale Isa Italia n. 550 onera il revisore di acquisire anche apposite attestazioni scritte da parte della direzione (cfr. par. 26).

Nello specifico, la direzione dovrà attestare di aver portato a conoscenza il revisore l’identità delle parti correlate e tutti i rapporti intrattenuti con quest’ultime, nonché di avere appropriatamente contabilizzato e rappresentato in bilancio tali operazioni, in conformità alla normativa di riferimento.

Gli esiti delle attività di revisione attinenti alle parti correlate potrebbero inoltre avere un effetto, anche significativo, sul giudizio del revisore sul bilancio.

Di fatti, ai fini dell’espressione del proprio giudizio, il revisore “deve valutare: a) se i rapporti e le operazioni con parti correlate identificate siano stati appropriatamente contabilizzati e presentati in bilancio in conformitàal quadro normativo sull’informazione finanziaria applicabile; b) se gli effetti dei rapporti e delle operazioni con parti correlate impediscano al bilancio di fornire una corretta rappresentazione” (cfr. par. 25 del succitato principio di revisione).

Se, ad esempio, il revisore rilevi errori significativi non corretti (sia non intenzionali che dovuti a frodi) relativi alla contabilizzazione o alla presentazione in bilancio di operazioni con parti correlate che reputi significativi e pervasivi, questi dovrà emettere un giudizio negativo.

Oppure ancora, se tali errori dovessero essere, ad esempio, reputati significativi ma non pervasivi, il revisore dovrà emettere un giudizio con modifica ovvero un giudizio positivo ma con rilievi.

Specifici obblighi di reportistica sulle operazioni con parti correlate sono inoltre stabiliti nel caso della revisione contabile di un gruppo.

Il principio di revisione internazionale Isa Italia n. 600 richiede infatti al “team di revisione del gruppo” di fornire ai revisori di ciascuna delle società del gruppo (cioè delle cosiddette “componenti” del gruppo) un apposito elenco delle parti correlate predisposto dalla direzione del gruppo e di ogni eventuale altra parte correlata di cui il team di revisione del gruppo sia a conoscenza (per la definizione di “team di revisione del gruppo” si veda il paragrafo 9, lett. i) del predetto principio di revisione).

Il team di revisione del gruppo deve inoltre chiedere al revisore della componente di comunicare tempestivamente le parti correlate non precedentemente identificate dalla direzione del gruppo o dal team di revisione del gruppo. Detto team deve poi stabilire se comunicare tali altre parti correlate ai revisori delle altre componenti (cfrpar. 40, lett. e, del predetto principio di revisione).

Va infine rilevato come il revisore debba includere tra le carte di lavoro all’interno del fascicolo di revisione anche le evidenze relative alle attività di revisione svolte con riferimento alle parti correlate, essendo in particolare onerato di includervi “nomi delle parti correlate identificate e la natura dei rapporti con parti correlate” (cfr. par. 28 del predetto principio di revisione).

di  Francesco Rizzi (Euroconference News, 29 Maggio 2019)

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Quadro RW: definizione di titolare effettivo mutuata “con adattamenti”

La definizione di titolare effettivo prevista dalla disciplina dell’antiriciclaggio non può essere mutuata tout court nell’ambito delle disposizioni fiscali in materia di monitoraggio fiscale, essendo necessaria un’attività interpretativa di adattamento al fine di individuare i soggetti chiamati alla  compilazione del quadro RW: è questa la tesi dell’Agenzia delle entrate ribadita con la risoluzione 53/E/2019, pubblicata nella giornata di ieri, 29 maggio.

Più precisamente, il caso proposto all’attenzione dell’Agenzia delle entrate riguarda il presidente del consiglio di amministrazione e di direttore generale di una fondazione, la quale ogni anno era chiamata alla compilazione del quadro RW.

Pare utile a tal proposito ricordare che, ai sensi dell’articolo 4 D.L. 167/1990devono compilare il quadro RW:

  • le persone fisiche, gli enti non commerciali e le società semplici ed equiparate residenti in Italia che detengono investimenti all’estero o attività estere di natura finanziaria suscettibili di produrre redditi imponibili,
  • i soggetti indicati nel punto precedente che, pur non essendo possessori diretti degli investimenti esteri e delle attività estere di natura finanziaria, sono titolari effettivi dell’investimento secondo le previsioni in materia di antiriciclaggio di cui al D.Lgs. 231/2007.

Con specifico riferimento alle fondazioni (oggetto, come detto, del caso esaminato con la risoluzione in esame) il titolare effettivo è individuato dall’articolo 20 D.Lgs. 231/2007, in forza della quale “nel caso in cui il cliente sia una persona giuridica privata, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 10 febbraio 2000, n. 361, sono cumulativamente individuati, come titolari effettivi:

a) i fondatori, ove in vita;

b) i beneficiari, quando individuati o facilmente individuabili;

c) i titolari di funzioni di direzione e amministrazione”.

Dubbi potrebbero quindi sussistere con riferimento alla necessità, per il presidente del consiglio di amministrazione e di direttore generale di una fondazione, di compilare il quadro RW.

Al fine di fornire una risposta al quesito prospettato l’Agenzia delle entrate ricorda innanzitutto che le disposizioni antiriciclaggio hanno subìto importanti modifiche ad opera del D.Lgs. 90/2017, il quale è intervenuto, tra l’altro, modificando la definizione di titolare effettivo.

La nuova definizione di titolare effettivo appare più ampia rispetto al passato. Tuttavia, anche prima delle novità introdotte, ai fini della corretta applicazione della disciplina in materia di monitoraggio fiscale, erano stati ritenuti necessari degli adattamenti.

Prima delle modifiche introdotte con il D.Lgs. 90/2017, infatti, per le entità giuridiche diverse dalle società i cui beneficiari non erano stati ancora determinati, il titolare effettivo era rappresentato dalla “categoria di persone nel cui interesse principale è istituita o agisce l’entità giuridica”.

Sul punto la circolare AdE 38/E/2013 precisò però che “non è pertinente al monitoraggio il criterio utilizzato ai fini della disciplina dell’antiriciclaggio per individuare il “titolare effettivo” nel caso in cui i beneficiari dell’entità non siano ancora determinati (…) Considerato, infatti, che la dizione “categoria di persone” non consente di individuare puntualmente un soggetto tenuto all’obbligo di monitoraggioil quadro RW deve essere compilato dall’entità giuridica stessa ricorrendone i presupposti”.

La stessa esigenza di “adattamento” della disciplina si ripropone oggi, in considerazione della finalità della disciplina del monitoraggio fiscale, che, come noto, è quella di garantire il corretto adempimento degli obblighi tributari in relazione ai redditi derivanti da investimenti all’estero e da attività estere di natura finanziaria.

Deve quindi sussistere una relazione giuridica (intestazione) o di fatto (possesso o detenzione) tra il soggetto e le attività estere oggetto di dichiarazione, così come ribadito anche dalla circolare 10/E/2014.

È invece esclusa l’esistenza di un obbligo di monitoraggio nelle ipotesi in cui il soggetto possa esercitare – in relazione alle attività detenute all’estero – un mero potere dispositivo in esecuzione di un mandato per conto del soggetto intestatario.

Si pensi, a tal proposito, agli amministratori delle società di capitali che hanno il potere di firma sui conti correnti delle società: in questo caso, pare evidente che, pur potendo movimentare i fondi, gli stessi non possono essere considerati beneficiari dei redditi.

Stesse considerazioni sono state poi espresse, nell’ambito della previgente disciplina antiriciclaggio, anche nei confronti dei trustee, con la circolare AdE 38/E/2013.

Con la risoluzione in esame è stato quindi ritenuto che “la definizione di titolare effettivo prevista dall’articolo 20, comma 5, del decreto legislativo n. 231 del 2007 che si applica ai soggetti titolari di funzioni di direzione e amministrazione non possa essere estesa nell’ambito della disciplina del monitoraggio fiscale”.

Il presidente del consiglio di amministrazione e il direttore generale di una fondazione non sono quindi tenuti alla compilazione del quadro RW della propria dichiarazione dei redditi.

di Lucia Recchioni (Euroconference News, 30 Maggio 2019)

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Come gestire il mancato ricevimento della fattura elettronica?

Con l’introduzione della fattura elettronica a partire dal 1° gennaio 2019, il documento valido fiscalmente è il documento in formato xml ricevuto tramite il Sistema di Interscambio. La sola fattura “cartacea” non ha rilevanza e non dà diritto alla detrazione Iva. Ma cosa succede se la fattura elettronica non arriva?

Il cessionario o committente che, nell’esercizio di imprese, arti o professioni, acquista beni o servizi senza che sia stata emessa fattura nei termini di legge o con emissione di fattura irregolare da parte dell’altro contraente, è punito in base all’articolo 6, comma 8, D.Lgs. 471/1997salva la responsabilità del cedente o del commissionario, con sanzione amministrativa pari al 100% dell’imposta, con un minimo di euro 250, sempreché non provveda a regolarizzare l’operazione con le seguenti modalità:

a) se non ha ricevuto la fattura entro quattro mesi dalla data di effettuazione dell’operazionepresentando all’ufficio competente nei suoi confronti, previo pagamento dell’impostaentro il trentesimo giorno successivo, un documento in duplice esemplare dal quale risultino le indicazioni prescritte dall’articolo 21 D.P.R. 633/1972, relativo alla fatturazione delle operazioni;

b) se ha ricevuto una fattura irregolare, presentando all’ufficio indicato nella a), entro il trentesimo giorno successivo a quello della sua registrazione, un documento integrativo in duplice esemplare recante le indicazioni medesime, previo versamento della maggior imposta eventualmente dovuta.

Ai fini della regolarizzazione occorre pertanto conteggiare il trascorrere dei quattro mesi dalla data di effettuazione dell’operazione senza che sia stata emessa la fattura elettronica di acquisto. Come noto, la data di effettuazione delle operazioni nazionali, ai fini Iva, coincide con la data di pagamento per le prestazioni di servizi oppure con la data di consegna o spedizione per le cessioni di beni (o anche in questo caso con la data di pagamento se anticipata rispetto alla consegna o spedizione).

Per non incorrere nella sanzione pari al 100% dell’Iva, il cessionario entro i trenta giorni successivi alla scadenza dei 4 mesi dall’effettuazione dell’operazione senza che sia arrivata la fattura, deve:

  • versare l’Iva con il modello F24 utilizzando il codice tributo “9399 – regolarizzazione operazioni soggette ad Iva in caso di mancata o irregolare fatturazione – Articolo 6, comma 8, D.Lgs. n. 471/1997” (istituito con risoluzione 69/E/2000);
  • inviare un documento con i dati della fattura all’ufficio competente. A tal proposito nella fatturazione elettronica è previsto il codice Tipo documento pari a TD20 – Autofattura, da utilizzare in caso di emissione dell’autofattura per regolarizzazione della fattura non ricevuta;
  • registrare il documento solo nel registro Iva acquisti al fine di esercitare la detrazione Iva.

Se, ad esempio, è stato effettuato un acquisto di beni consegnati in data 2 gennaio 2019 del valore imponibile di 1.000 euro e, alla data del 2 maggio, non è stata ancora ricevuta la fattura elettronica, il cessionario dovrà regolarizzare l’operazione per non incorrere in sanzione entro il 1° giugno.

Tale regolarizzazione richiede il versamento dell’Iva per 220 euro con il codice tributo 9399, l’invio al SdI della fattura con tipo documento TD20 e la registrazione del documento nel registro Iva acquisti per esercitare la detrazione Iva secondo le regole ordinarie.

Si evidenzia come tale norma sia in contrasto con la possibilità, per i fornitori con liquidazione Iva trimestrale, di trasmettere entro il 16 maggio 2019 una fattura elettronica datata 2 gennaio 2019, senza incorrere in nessuna sanzione.

Il D.L. 119/2018, infatti, prevede l’esclusione delle sanzioni (ex articolo 1, comma 6, terzo periodo del D.Lgs. 127/2015) per il primo semestre 2019, esteso, per i mensili al 30 settembre 2019, se la fattura elettronica è emessa entro il termine di liquidazione relativa al momento di effettuazione dell’operazione (ossia entro il 16 maggio, per le operazioni effettuate dai contribuenti trimestrali Iva nel primo trimestre).

Circa la possibilità, infine, di considerare queste irregolarità come meramente formali, sanabili con definizione agevolata il cui termine di versamento è in scadenza al 31 maggio, è intervenuta recentemente la circolare 11/E/2019.

La definizione delle irregolarità formali, di cui all’articolo 9 D.L. 119/2018, prevede la possibilità di definire “le irregolarità, le infrazioni e le inosservanze di obblighi o adempimenti, di natura formale, che non rilevano sulla determinazione della base imponibile ai fini delle imposte sui redditi, dell’Iva e dell’Irap e sul pagamento dei tributi, commesse fino al 24 ottobre 2018 con il pagamento di 200 euro per ciascun periodo d’imposta.

Nel citato documento di prassi è stato precisato che la definizione agevolata in commento non trova applicazione per l’acquisto di beni o servizi da parte del cessionario/committente senza che sia stata emessa fattura nei termini di legge o con emissione di fattura irregolare da parte del cedente/prestatore.

Sebbene il responsabile del debito d’imposta sia il cedente/prestatore, mentre il cessionario/committente è punito con la sanzione pari al 100% dell’imposta relativa all’acquisto non regolarizzato, non può dimenticarsi che, nel caso di definizione spontanea, per non incorrere nell’irrogazione delle sanzioni, è la stessa norma a richiedere direttamente al cessionario/committente il pagamento dell’Iva.

É evidente, quindi, ai fini della rimozione della irregolarità, un collegamento con l’obbligo di pagamento del tributo che non consente di ricondurre detta violazione tra quelle alle quali si applica la definizione di cui all’articolo 9 (cfr. Corte di cassazione, sentenza n. 26513 del 12.12.2017).

Per quanto riguarda, invece, la definizione agevolata delle controversie tributarie, la circolare 10/E/2019(pubblicata lo stesso giorno della circolare 11/E/2019), identifica la sanzione per omessa regolarizzazione delle fatture come “sanzione non collegata al tributo” e, quindi, non sostanziale.

Ne deriva che la lite avente ad oggetto esclusivamente la sanzione di omessa regolarizzazione di fatture può essere definita ai sensi del primo periodo del comma 3 dell’articolo 6 D.L. 119/2018.

di Clara Pollet e Simone Dimitri (Euoroconference News, 23 Maggio 2019)

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